Ceramiche e Porcellane
- Titolo
- Ceramiche e Porcellane
- Contenuto
Il Museo d'Arte Orientale Edoardo Chiossone conserva diversi esemplari di Ceramiche e Porcellane cinesi e giapponesi. Ceramiche e Porcellane giapponesi sono esposte permanentemente nella Galleria II, vetrina 15.
La ceramica e la porcellana giapponese (tōjiki) sono una delle più antiche forme d'arte e artigianali. Le prime terrecotte furono realizzate già nel periodo Jōmon (10.500-300 a.C.); nel V secolo, l'importazione di nuove tecniche di ceramica dalla penisola coreana portò alla nascita della ceramica Sue, una prima ceramica cotta ad alta temperatura in ambiente riducente. Nel VIII secolo i ceramisti giapponesi appresero dalla Cina il metodo dell’invetriatura, segnando l’inizio della ceramica invetriata. Durante i periodi Kamakura e Muromachi (1185-1568), le persone apprezzavano i prodotti cinesi chiamandoli "karamono" e un gran numero di imitazioni di ceramiche cinesi furono prodotte soprattutto nelle regioni di Seto e Mino. Tuttavia, dalla seconda metà del periodo Muromachi, un nuovo gusto estetico originale in relazione al chanoyu (la cerimonia del tè) influenzò tutta la produzione ceramica; nel periodo Momoyama (1568-1615) le tazze e gli utensili da tè divennero gli articoli prioritari per la produzione in molte regioni, tra cui la ceramica Raku, le ceramiche Kiseto, Setoguro, Shino e Oribe della regione di Mino, nonché le ceramiche Bizen, Shigaraki, Iga, Tanba e Karatsu.
Nel Periodo Edo (1603-1867) la produzione di ceramiche era concentrata soprattutto a Kyōto e a Imari nella provincia di Saga. Le fornaci stabilite nei feudi (han’yō)erano vere e proprie imprese commerciali amministrate e controllate dai capi militari: costituivano infatti centri manifatturieri rilevanti per l’economia, poiché producevano e distribuivano non solo vasellame comune e d’uso quotidiano per il grande consumo, ma creavano anche opere d’arte, usate come doni ufficiali e diplomatici. L’evento rivoluzionario risale al 1617, quando a Izumiyama nel territorio di Hizen, nel nord di Kyūshū presso Arita, fu scoperta l’argilla adatta a fabbricare la porcellana. Inizialmente si fabbricò porcellana denominata sometsuke, sommariamente decorata in blu cobalto sotto coperta come i prototipi cinesi, stabilendo un modello duraturo per il vasellame giapponese d’uso quotidiano. Le produzioni giapponesi furono molto favorite da due circostanze storiche: la sempre crescente richiesta di porcellana da parte della committenza europea e la crisi politica dell’Impero cinese Ming, che determinò dapprima un rallentamento delle esportazioni e poi, attorno al 1660, il declino delle produzioni cinesi destinate all’Occidente. Da questi eventi il Giappone trasse vantaggio, sostituendo il vasellame cinese con produzioni uguali e similari.
La committenza europea, mediante la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, trasmetteva in Giappone forme e sagome del vasellame, oltre che precise indicazioni su colori, disegni e temi ornamentali.Col nome Imari ci si riferisce ad articoli d’esportazione, tipicamente decorati in blu sotto coperta, rosso e oro sopra coperta. Imari, infatti, è il porto situato vicino ad Arita, il più grande centro di produzione ceramica, dal quale le porcellane iniziavano il lungo viaggio verso Occidente. Lo stile Kakiemon, invece, iniziato verso il 1643 e molto apprezzato in Europa fin verso la metà del XVIII secolo, si distingue per l’impiego di una vivida tavolozza di verdi, gialli, blu e azzurri, tra i quali spicca uno smalto rosso aranciato del colore del frutto del kaki. Durante l’era di rinnovamento Meiji, in cui si assiste alla presenza occidentale sul territorio giapponese e all’apertura del Paese verso le altre nazioni; si diffusero nuove produzioni di vasellame precedentemente estranee alla storia giapponese come servizi di piatti da colazione, servizi da caffè, cioccolatiere e zuccheriere, vasellame dalla forma occidentale ma decorato secondo il repertorio tradizionale, sempre destinati alla commercializzazione con l’estero o in ambito diplomatico; il governo giapponese infatti “incoraggiava l’industria e promuoveva le produzioni” (shokusan kōgyō), tanto che molti artisti giapponesi esposero le proprie creazioni ceramiche in occasione delle Esposizioni Universali.