Stampe xilografiche (Ukiyo-e)
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- Stampe xilografiche (Ukiyo-e)
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Le opere xilografiche rientrano tra le opere più fragili, necessitanti di specifiche esigenze di conservazione, insieme ai dipinti e ai materiali cartacei e librari, pertanto sono escluse dall’esposizione permanente del Museo. Per la loro tutela viene fatta una rotazione di quest'ultime, esponendole durante mostre temporanee; pertanto, non saranno sempre visibili al pubblico le opere di queste peculiari categorie.
Con il termine Ukiyo-e si intende il filone pittorico delle “immagini del mondo fluttuante” (letteralmente: “uki”, fluttuante; “yo”, mondo terreno; “e”, raffigurazione, immagine, dipinto) che si sviluppò in Giappone a partire dalla seconda metà del Seicento e continuò ininterrottamente fino alla fine dell’Ottocento.
Protagonista della produzione ukiyo-e sarà il “mondo fluttuante”: la nuova borghesia cittadina, chōnin, una classe di emergente ricchezza economica, che permetterà di diffondere e creare un’espressione artistica contemporanea ed economicamente accessibile, completamente diversa dalla raffigurazione aristocratica precedente.
L’ukiyo-e, è un genere di stampa xilografica dapprima monocromo e poi policromo (nishiki-e); raffigurati sono gli stessi chōnin, gli abitanti della città, e i loro intrattenimenti: le cortigiane nei quartieri di piacere, i celebri attori di teatro kabuki (yakushae), le beltà femminili (bijinga) ed i luoghi dove questi divertimenti prendono luogo: ristoranti, case da tè e dimore private, sede di attività di gioco e svago, strade affollate animate da feste (matsuri), scene di vita quotidiana (fuzokuga) e i luoghi celebri del Giappone (meishoe).
L’a realizzazione di una stampa ukiyo-e richiedeva un lavoro d’équipe: l’artista si occupava del disegno preparatorio con pennello e inchiostro, l’intagliatore incideva il disegno su una tavola lignea creando una matrice di stampa ove, in rilievo, vi erano le parti da inchiostrare che sarebbero poi state impresse sul foglio dallo stampatore, un colore alla volta. Ogni colore necessitava dunque di una specifica matrice: ciò significa che per una sola stampa e dunque, una sola opera, venivano impiegate più matrici e, più erano i colori presenti nella stampa, più ne aumentava il pregio e la qualità.
Infine, vi era la figura dell’editore, che finanziava il lavoro, di conseguenza sceglieva l’artista (un pittore e disegnatore tra i più noti e quotati), selezionava l’intagliatore e lo stampatore, e si occupava di apporre sull’opera finita il suo sigillo editoriale e quello del censore, così che le stampe prodotte potessero essere immesse sul mercato. Le stampe ukiyoe erano quindi un prodotto che rifletteva le mode del momento, le stagioni e le festività annuali; destinato alla vendita e alle leggi del mercato, la cui capacità di essere prodotto in serie, in più tirature, lo rendeva economicamente molto più accessibile e collezionabile rispetto ai dipinti, opere uniche realizzate a mano: rotoli verticali da appendere (kakejiku o kakemono) o orizzontali, da tenere tra le mani come un racconto da srotolare (emakimono).
Tra i soggetti più diffusi e venduti dell’ukiyoe vi erano le vedute di luoghi celebri (meisho) delle capitali e delle province di tutto il Giappone.
Si tratta di luoghi noti dalla poesia e dalla letteratura classica, associati a specifiche caratteristiche naturalistiche e stagionali, come le cascate, la fioritura dei ciliegi, l’arrossamento delle foglie, ma anche luoghi noti per particolari eventi e spettacoli, o la presenza di architetture iconiche come ponti, templi o santuari, locande, ristoranti e botteghe sorti in città e lungo le nuove vie. La più celebre di tutte le vedute del filone meishoe è quella del monte Fuji. Tra le opere più significative, la serie delle Trentasei vedute del monte Fuji realizzate tra il 1830-32 da Katsushika Hokusai, a cui appartiene anche l’immagine della “Grande onda”. Un ulteriore filone include il classico soggetto di fiori e uccelli (kachōga).
I surimono rappresentano la produzione ukiyoe più raffinata realizzata per una committenza privata; si tratta di biglietti augurali e commemorativi, calendari, annunci, inviti destinati soprattutto a circoli poetici kyōka e haikai donati o scambiati in determinate occasioni, in particolare a Capodanno.
La controparte femminile di questo grande filone fu la rappresentazione di bijinga “le belle donne”, dedicata alla bellezza femminile, incluse cortigiane e geisha. Di fatto, il rappresentare beltà femminile divenne un modo per rappresentare con eleganza locali alla moda, locande, ristoranti, feste (matsuri), pellegrinaggi in occasione di festival presso templi e santuari oltre che intrattenimenti, gite fuori porta, affollate botteghe e bagni pubblici.
I ritratti di attori kabuki (yakushae), al pari di quelli di beltà femminili, e grazie alla popolarità di cui godevano gli attori, divennero anch’essi uno dei principali generi fin dal XVII secolo.